Tesi 12 - primaigeni

Vai ai contenuti

Menu principale:

APPROFONDIMENTO TESI 12
QUANDO I SEMI VALGONO (QUASI) COME L’ORO
Ovvero: che cosa significa l’innovazione per tutta la nostra agricoltura?

Un chilo di pomodori costa al massimo qualche euro. Un chilo di semi di pomodoro, invece, ne costa dai 900 ai 1500. Ma anche i semi di lattuga o indivia non scherzano (6-700 euro), e neppure quelli del melone (2-300 euro).

UN SEME INFATTI È UNO STRAORDINARIO CONCENTRATO DI INNOVAZIONE. CODIFICATI NELLE SUE DOPPIE ELICHE DI DNA, RACCHIUDE COME UNO SCRIGNO TUTTI QUEI CARATTERI CHE FANNO LA PRODUTTIVITÀ E LA QUALITÀ, QUINDI LA COMPETITIVITÀ DELLA PIANTA.
Non a caso il settore sementiero investe in ricerca e sviluppo circa il 10-15% dei propri ricavi (con punte anche del 20-25% nel settore orticolo), percentuali ben superiori a quelle di molti settori industriali. Quei caratteri sono tutti lì dentro, e si svilupperanno da soli senza necessità di altre tecniche o conoscenze particolari. Per questo l’industria sementiera è un protagonista strategico dell’economia agricola nazionale.

IN ITALIA OPERANO CIRCA 200 AZIENDE NEL SETTORE DELLE SPECIE COLTIVATE IN PIENO CAMPO E CIRCA 80 IN QUELLO DELLE SEMENTI DA ORTO.
A parte le multinazionali, sono tutte imprese medie o piccole, se non piccolissime. Molte sono realtà dinamiche, globalizzate, attente all’innovazione del settore. Il loro volume d’affari è di oltre 700 milioni di euro l’anno, per circa due terzi fornito da aziende nazionali, più forti nei cereali, nell’erba medica e nelle sementi ortive.

UNA VOLTA, PERÒ, LE NOSTRE AZIENDE ERANO MOLTO PIÙ FORTI. NEL SETTORE DELLE SEMENTI AGRARIE, IL NUMERO DELLE AZIENDE SI È PRESSOCHÉ DIMEZZATO NEGLI ULTIMI VENT’ANNI, SOPRATTUTTO PERCHÉ MOLTE HANNO PERSO COMPETITIVITÀ.
Per una ragione molto semplice: da tempo facciamo molta meno ricerca, con poche eccellenze. La maggior parte la fanno le aziende multinazionali.
Fino a metà degli anni Novanta, quasi tutte le varietà di frumento tenero presenti sul mercato erano di origine italiana. Intorno all’anno 2000 erano già scese al 60%, e oggi sono appena il 30%. Più o meno la stessa cosa è avvenuta con l’erba medica. Anche le varietà di frumento duro erano quasi tutte italiane fino alla fine degli anni Ottanta, ma oggi lo sono solo per il 55-60%. Si salva ancora il settore orticolo, dove la diversità delle specie e le caratteristiche del mercato, molto spesso locale o di nicchia, consente alle aziende medio-piccole italiane di essere più competitive.

NEGLI ULTIMI VENT’ANNI ABBIAMO PERSO QUASI TUTTE LE GRANDI AZIENDE SEMENTIERE ITALIANE, CHE PRODUCEVANO INNOVAZIONE IN ITALIA E PER L’ITALIA. SIAMO RIMASTI VERAMENTE LEADER SOLTANTO NELLA VITE.
Oggi la genetica agraria è in mano a pochi grandi gruppi internazionali, o a paesi – come la Francia e l’Olanda – che hanno saputo fare sistema, accumulando ad esempio un forte vantaggio nel germoplasma, cioè nel numero di varietà – e dunque varianti genetiche - che posseggono per ogni specie.
Il nostro Paese invece ha perso treni importanti, fra i quali quello degli OGM, anche perché la nostra ricerca pubblica, da leader che era fino a 20-25 anni fa, è stata strozzata dalla scarsità dei finanziamenti e ostacolata da scelte politiche sbagliate.

NON POSSIAMO QUINDI PERMETTERCI DI PERDERE ANCHE IL TRENO DECISIVO DEL GENOME EDITING.
In questo caso le aziende multinazionali sposterebbero altrove la propria attenzione, quelle nazionali sarebbero anch’esse costrette a delocalizzare per non perdere inevitabilmente competitività, e la ricerca pubblica rischierebbe di ripercorrere la stessa strada imboccata alla fine degli anni Novanta a seguito della demonizzazione degli OGM. Il rischio concreto è quello di relegare il settore sementiero italiano al ruolo di mero utilizzatore o al massimo di sperimentatore di innovazione prodotta da altri, cosa che potrebbe segnare la perdita del valore distintivo della nostra agricoltura.

AL CONTRARIO, L’ADOZIONE DEL GENOME EDITING CI PERMETTEREBBE DI RECUPERARE LO SVANTAGGIO ACCUMULATO IN QUESTI ANNI. SI TRATTA INFATTI DI TECNOLOGIE EFFICACI, SEMPLICI ED ECONOMICHE, CHE NON COSTRINGONO AD ATTENDERE DIECI O QUINDICI ANNI PER RIENTRARE DEGLI INVESTIMENTI IN UNA NUOVA VARIETÀ, COSA CHE PENALIZZA SOPRATTUTTO LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE CHE COSTITUISCONO L’OSSATURA DEL SETTORE IN ITALIA E IN EUROPA.
Soprattutto, il genome editing può ridurre notevolmente il vantaggio competitivo degli altri paesi nel germoplasma, perché anziché trasferire un carattere per incrocio da un’altra varietà, diventa possibile ottenerlo direttamente dalla varietà di partenza.
Rimettendo tutti sullo stesso piano, e grazie al vantaggio della collaborazione con la ricerca pubblica nazionale, il genome editing ci offre la possibilità di ricostituire un forte settore sementiero italiano mettendo l’innovazione genetica a disposizione delle piccole e medie imprese già attive e favorendo il nascere di nuove.
Il che non vuol dire solo la possibilità di riprenderci una parte di questo mercato, ma anche di avere un’innovazione su misura delle esigenze della nostra agricoltura, conservandone quindi quella distintività di cui andiamo giustamente orgogliosi.
 
Copyright 2017. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu