Tesi 10 - primaigeni

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APPROFONDIMENTO TESI 10
LA “PROVA DEL NOVE” CHE NON SONO OGM
Ovvero: non si possono applicare leggi vecchie a tecnologie nuove

Il Genome Editing è un insieme di metodologie di modificazione del patrimonio genetico che hanno in comune la possibilità di intervenire in un punto preciso e predefinito del DNA.
Secondo la Direttiva 2001/18/EC del Parlamento Europeo, un OGM è “un organismo, diverso da un essere umano, il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura con l’accoppiamento e/o la ricombinazione genetica naturale”.
Poiché le applicazioni più diffuse e promettenti del Genome Editing introducono modifiche identiche a quelle che si possono generare spontaneamente in natura, le piante che contengono questo tipo di modifiche del DNA non dovrebbero essere classificate come OGM.
Al contrario di molte varietà ottenute con metodi tradizionali e degli OGM, infatti, queste piante non sono neppure distinguibili con alcun tipo di esame di laboratorio.

AL DI LÀ DELLA LEGGE, QUINDI, CI SOCCORRONO INTELLIGENZA E BUON SENSO: SE UNA NUOVA VARIETÀ NON HA DNA ESTRANEO, MA SI SAREBBE BENISSIMO POTUTA PRODURRE SPONTANEAMENTE ANCHE IN NATURA, COME POTREBBE ESSERE ASSIMILATA A UN OGM?
Con il genome editing, infatti, il miglioramento genetico fa un salto di qualità. In pratica, il sistema CRISPR-cas9 è un “bisturi” molecolare estremamente preciso, e l’effetto dei suoi tagli è di effettuare nel DNA della pianta dei cambiamenti altrettanto precisi.
Se ci si limita a tagliare il DNA della pianta, l’effetto della riparazione sarà a tutti gli effetti una mutazione, come quelle che si verificano casualmente in natura in seguito a errori nella replicazione del DNA, oppure all’azione di raggi cosmici o ultravioletti. Solo, sarà proprio quella desiderata – una o poche basi su un totale di centinaia di milioni o qualche miliardo – come se avessimo avuto una straordinaria fortuna, come effettivamente ogni tanto capita, ma purtroppo molto raramente. Rispetto invece alle tecniche considerate “tradizionali” di mutagenesi per mezzo di particolari sostanze chimiche o di radiazioni ionizzanti, la differenza è che con il genome editing si produce solo la mutazione voluta, senza ottenerne anche molte altre, indesiderate e distribuite casualmente nell’intero genoma.

Se invece al momento del taglio si fornisce alla cellula anche una nuova sequenza di basi, questa può essere utilizzata come stampo per modificare così il gene esistente o per aggiungerne uno nuovo. Se è inserito un nuovo gene “estraneo”, la pianta è classificata come OGM. Ma, se il nuovo gene appartiene già a un’altra varietà della stessa specie, il prodotto finale è identico a quello che si sarebbe potuto ottenere attraverso un incrocio tradizionale, con l’importante differenza però che non si portano nella pianta anche gli altri geni, indesiderati, provenienti dall’altra varietà.

Nei casi in cui si inseriscono mutazioni che inattivano il gene o lo si sostitusce con uno di un'altra varietà della stessa specie, neppure un’analisi molecolare è in grado di distinguere un prodotto del genome editing da un evento naturale. Queste applicazioni - di gran lunga le più comuni e promettenti del genome editing - riaprono una questione che è stata al centro delle discussioni già con gli OGM: quella del principio di “equivalenza sostanziale”.

Di fronte alle nuove varietà ottenute con tecniche di ingegneria genetica, già nel 1991 l’OCSE ne definì l’equivalenza sostanziale con le varietà di partenza ottenute con metodi tradizionali quando fosse possibile dimostrare che “le caratteristiche analizzate per l’organismo geneticamente modificato, o per lo specifico alimento da esso derivato, sono equivalenti alle stesse caratteristiche dell’organismo di paragone. I livelli e le variazioni caratteristiche dell’organismo transgenico devono essere all’interno delle variazioni delle stesse caratteristiche nell’organismo di paragone”. Salvo, naturalmente, per il nuovo carattere introdotto.
Sulla base delle analisi delle principali caratteristiche e componenti, molti OGM, ma non tutti, sono stati quindi riconosciuti come sostanzialmente equivalenti. Il principio, appoggiato anche dalla Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, fu accettato negli Stati Uniti come criterio per valutare la sicurezza degli OGM, ma non nell’Unione Europea.

UNA NUOVA VARIETÀ OTTENUTA CON IL GENOME EDITING PUÒ ESSERE INVECE DEL TUTTO IDENTICA A QUELLA OTTENUTA CON METODI TRADIZIONALI, AL PUNTO DA NON POTERNE ESSERE DISTINTA CON ANALISI DI LABORATORIO.
È chiaro quindi che debba essere trattata e regolata come una varietà tradizionale, e se per vent’anni il dibattito non fosse stato ossessionato dal metodo usato, anziché dalle caratteristiche reali della varietà prodotta, non ci sarebbe neppure bisogno di parlarne. Se due oggetti sono identici, è chiaro che vanno trattati nello stesso modo.

Ma c’è anche un’altra questione importante.
Come in altri casi in cui la tecnologia fornisce prodotti un tempo imprevedibili, non adattare la regolamentazione al nuovo scenario non significa lasciare tutto com’è, ma peggiorare la situazione.
Se i prodotti del genome editing verranno considerati OGM, a causa dei divieti italiani i nostri scienziati e le nostre imprese dovranno in pratica rinunciarvi.
In molti casi l’identificazione di piante migliorate con il genome editing potrà essere possibile solo basandosi sulle dichiarazioni dei produttori, mentre sarà molto difficile se non impossibile utilizzare a questo scopo analisi molecolari del tipo che viene utilizzato per verificare se una pianta è OGM.
Il rischio molto concreto è che comunque si comincino a coltivare sul nostro territorio alcune di queste piante senza poterle riconoscere. Si potrebbe creare una situazione tale per cui le imprese sementiere italiane, oltre al danno di non poter utilizzare questa tecnologia, subiscano la beffa di dover convivere con i prodotti della stessa tecnologia comunque coltivati sul nostro territorio.

 
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