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APPROFONDIMENTO TESI 8
LA “CATASTROFE DEL MAIS”
Ovvero: cosa accade quando si rinuncia all’innovazione

Vent’anni fa, l’Italia produceva tutto il mais di cui la nostra zootecnia aveva bisogno per i fare i salumi e i formaggi che costituiscono i gioielli dell’agroalimentare italiano: da soli fanno quasi il 90% del fatturato e il 94% dell’export dei nostri prodotti tipici, vino escluso.

OGGI INVECE IMPORTIAMO IL 30-40% DEL MAIS, IN PARTE SOTTO FORMA DI MAIS GM CHE I NOSTRI AGRICOLTORI NON POSSONO COLTIVARE, MA GLI ALLEVATORI POSSONO UTILIZZARE. E LA SUPERFICIE COLTIVATA È CROLLATA.
I problemi sono nati quando sono comparse le varietà di mais GM, perché le aziende sementiere internazionali non hanno più innovato gli ibridi tradizionali – gli unici che i nostri maiscoltori possono comprare – concentrandosi invece sugli OGM che sono più facili da coltivare, sono più produttivi, richiedono meno antiparassitari e producono granella di qualità migliore perché contengono molte meno fumonisine, pericolose tossine di origine fungina.
Il risultato è che per l’importazione di mais e di soia, in gran parte OGM, la spesa degli allevatori italiani è arrivata quasi a eguagliare il valore dell’export nazionale di prodotti tipici di origine animale.
E questo non è l’unico bel risultato dello stop all’innovazione.

IL PROBLEMA NASCE DALL’IDEA CHE ESISTA “UNA” AGRICOLTURA ITALIANA, TUTTA CON GLI STESSI PROBLEMI E LE STESSE SOLUZIONI. INVECE LE AGRICOLTURE IN ITALIA SONO TANTE.
C’è quella del piccolo agriturismo sulle colline toscane e quella del pomodoro da industria della Valle Padana, quella del vino siciliano e quella delle insalate di quarta gamma della provincia lombarda, quella del grano pugliese e quella del radicchio veneto.
Alla base dell’ideale della “campagna museo” e del valore del marchio “OGM free” c’è però stata l’idea, più volte espressa anche nelle sedi più autorevoli, che la nostra agricoltura debba puntare sulle produzioni “tipiche”, come i prodotti DOP e IGP, capaci di spuntare quei prezzi più alti sui mercati internazionali che soli possono coprire i costi alti delle nostre imprese agricole e assicurarne così la redditività.
Le nostre produzioni tipiche sono effettivamente cresciute in questi anni, perché molti agricoltori ci hanno visto la loro occasione. Ma gli alti valori percentuali di crescita nascondono spesso una base di partenza molto piccola, che è sostanzialmente rimasta tale.
I motivi sono diversi: si tratta di produzioni estremamente limitate, se non altro perché tale è la loro base geografica, sui mercati internazionali ortaggi e frutta sono commerciabili con difficoltà, e i mercati disposti a pagare tanto sono molto piccoli. Per questo la parte del leone la fanno vino, olio d’oliva, formaggi e prosciutti.

Vino escluso, infatti, il fatturato dei prodotti tipici italiani (DOP e IGP) è pari a circa il 10% del fatturato della produzione agricola italiana, con quasi il 90% costituito dai prodotti zootecnici, cioè grandi formaggi e grandi prosciutti. I prodotti agricoli “tipici” veri e propri rappresentano quindi appena l’1% della nostra agricoltura.
Nonostante le dimensioni limitate, sono naturalmente produzioni importanti, non solo dal punto di vista economico per i rispettivi territori, ma anche da quello culturale, e vanno incoraggiate e sostenute. Ma sono e resteranno produzioni di nicchia.

IN ALTRE PAROLE, LA RINUNCIA ALL’INNOVAZIONE TECNOLOGICA CON L’IDEA DI PROMUOVERE L’1% DEL VALORE DELLE NOSTRE PRODUZIONI HA PORTATO A NON SFRUTTARE APPIENO IL VANTAGGIO COMPETITIVO DELL’ALTRO 9% (I FORMAGGI E I PROSCIUTTI BASATI SULL’IMPORTAZIONE DI MANGIMI OGM), E SOPRATTUTTO DELL’ALTRO 90% DELLA NOSTRA AGRICOLTURA.
Ma pensiamo anche alla pasta, prodotto tipico e popolare al tempo stesso, oltre che colonna del nostro export agroalimentare. Quasi metà della nostra pasta è fatta con grano duro non italiano, perché il nostro o non è di qualità sufficiente, o ha costi di produzione troppo elevati.

POSSIAMO PERMETTERCI DI TRASCURARE LE SORTI DEL 90, O DEL 99% DELLA NOSTRA AGRICOLTURA?
Ma soprattutto, perché farlo se le diverse agricolture italiane non sono affatto in concorrenza fra loro? Tutelare la nostra produzione di insalate di quarta gamma non toglie nulla al sostegno alla cipolla rossa di Tropea, come il pomodoro da industria lombardo non fa concorrenza al pomodoro costoluto fiorentino. Anzi, il prodotto di nicchia funziona dal punto di vista commerciale solo se c’è un’alternativa di altro tipo. Il marchio “OGM-free” funziona solo se sul mercato ci sono prodotti OGM, cioè se sono l’alternativa a qualche cosa, come avviene con il biologico, il cui prezzo premium dipende dal fatto che sul mercato ci sono i prodotti convenzionali. Se sul mercato ci fossero solo i prodotti biologici, il loro valore scenderebbe. Se decidessimo di “congelare” le nostre varietà coltivate, i costi di produzione continuerebbero a salire, e con loro i prezzi.

MA L’AGRICOLTURA HA ANCHE UNA RESPONSABILITÀ SOCIALE IMPORTANTE NEI CONFRONTI DI QUELLA LARGA FETTA DELLA POPOLAZIONE NAZIONALE – UNA FETTA MAGGIORITARIA – CHE PER POTER AVERE UN’ALIMENTAZIONE SANA HA BISOGNO DI POTER TROVARE SUL MERCATO FRUTTA E VERDURA FRESCHE A PREZZI ACCESSIBILI.
La “campagna museo” sarebbe la sentenza di morte per l’alimentazione mediterranea, e il trionfo delle calorie a basso costo, cioè del junk food. Per usare una metafora, le auto d’epoca sono bellissime e hanno un interessante mercato di nicchia, ma la gente ha bisogno di auto moderne alla portata delle sue tasche.
Il problema economico dell’agricoltura italiana è proprio la sua scarsa redditività: prezzi bassi e costi di produzione alti. I prezzi si possono alzare concentrando l’offerta, perché l’agricoltore che va sul mercato da solo è troppo debole. E i costi si possono ridurre con l’innovazione tecnologica: non si sospendono le leggi dell’economia per l’agricoltura. Oggi, il miglioramento genetico rappresenta un’innovazione tecnologica estremamente efficace e sostenibile.
 
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