Tesi 07 - primaigeni

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APPROFONDIMENTO TESI 7
ESTIRPATE QUEGLI ALBERI
Ovvero: come la regolazione ha ucciso le startup europee e americane, e sconfitto la ricerca pubblica

Gli alberi di kiwi GM del prof. Eddo Rugini all’Università della Tuscia avevano bisogno di meno acqua. I suoi ulivi erano resistenti a malattie provocate dai funghi. I suoi portinnesti rendevano gli alberi da frutto più bassi, per rendere la raccolta meccanizzabile o più sicura. Rugini lavorava in un’istituzione pubblica, con soldi pubblici, come la stragrande maggioranza dei genetisti agrari italiani che a partire dagli anni Ottanta avevano cominciato a usare le nuove tecniche di biologia molecolare per migliorare cicoria, ciliegio, cocomero, colza, fragola, kiwi, grano, lampone, lattuga, mais, melanzana, melone, olivo, patata, pomodoro, riso, soia, vite, zucchine e melo.

Le sue piante avevano nuovi caratteri utili, ma non si trovano oggi nei nostri campi. Non solo perché sono state espiantate e bruciate per inadempienze burocratiche dei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente, e della Regione Lazio, o perché l’Italia è contraria alla coltivazione di piante OGM, ma perché l’Università non si sarebbe comunque mai potuta permettere economicamente le sperimentazioni necessarie.

COSÌ NON È RESTATO ALTRO CHE FARE UN ACCORDO CON UNA GRANDE COMPAGNIA AMERICANA PER CONTINUARE GLI ESPERIMENTI NEGLI STATI UNITI, E I DIRITTI DI SFRUTTAMENTO DI RISULTATI PAGATI CON I SOLDI PUBBLICI ITALIANI SONO ORMAI IN MANO AMERICANA. ALL’UNIVERSITÀ, SE ANDRÀ BENE, ANDRANNO SOLO DELLE ROYALTIES.
Ma questo non è un caso isolato. Vicende simili sono accadute in Europa e negli Stati Uniti a decine di piccole e medie aziende sementiere e a startup nate dal mondo della ricerca, che avevano cominciato a creare nuove varietà GM fra gli anni Ottanta e i primi anni del nuovo secolo. Quasi tutte hanno dovuto abbandonare le loro ricerche e spesso hanno svenduto sottocosto i loro brevetti a poche grandi aziende del settore, oppure sono state da loro comprate.

LA RAGIONE DI TUTTO QUESTO È SEMPLICE: GLI OGM SONO STATI REGOLATI USANDO UN LIVELLO DI CONTROLLO ECCESSIVO, NON COMMISURATO AL LIVELLO DI RISCHIO, E CONTINUANO A ESSERLO ANCHE QUANDO È STATO ORMAI DIMOSTRATO OLTRE OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO CHE NON COMPORTANO RISCHI AGGIUNTIVI RISPETTO ALLE VARIETÀ OTTENUTE CON I METODI TRADIZIONALI.
Che questo sia solo il risultato di un clima di allarme creato intorno alla tecnologia, e non su timori razionalmente fondati, lo dimostra già la definizione arbitraria di “organismo geneticamente modificato”. La normativa europea considera tali solo le varietà create con la tecnica del DNA ricombinante, che in realtà sono le meno modificate di tutte, e nelle quali anzi la modificazione è nota e precisa. La normativa infatti esclude non solo quelle prodotte per selezione e incrocio, ma soprattutto quelle ottenute per mutagenesi con agenti fisici o chimici o induzione della poliploidia, dove le modificazioni genetiche prodotte sono molto più estese e in gran parte casuali e sconosciute, quindi non prevedibili.

Di solito il profilo nutritivo di una nuova varietà è controllato per accertare che non sia sostanzialmente diverso da quello della varietà originale e che non sia aumentata la produzione delle tossine o degli allergeni naturalmente presenti nella varietà originale, mentre per l’autorizzazione delle varietà GM occorrono analisi e prove sperimentali più lunghe, complicate e soprattutto costose, che richiedono decine di milioni di dollari.

SECONDO UNA RECENTE INDAGINE CONDOTTA PRESSO LE AZIENDE DEL SETTORE, PORTARE SUL MERCATO UNA VARIETÀ OGM RICHIEDE IN MEDIA 86 MESI E 35 MILIONI DI DOLLARI SOLO PER OTTEMPERARE A QUESTE NORME.
Senza contare che interi mercati, come quelli della maggior parte dei paesi europei, sono di fatto chiusi alla coltivazione, anche se non al consumo.
Questo vuol dire che le barriere poste all’ingresso nel mercato sono troppo alte per aziende di piccole dimensioni o per startup, e che solo poche grandi multinazionali si possono permettere gli investimenti necessari. Il loro attuale dominio del mercato delle sementi, giustamente criticato da più parti, è quindi solo il risultato di una profezia che si autoavvera.

L’altro risultato è che la grande maggioranza delle varietà arrivate sul mercato appartiene a poche specie, per lo più le grandi colture come mais, soia e cotone. Le grandi multinazionali hanno infatti poco interesse a sviluppare soluzioni per colture minori di interesse locale (come molte di quelle italiane) per la difficoltà di rientrare in tempi ragionevoli dei costi, e meno ancora a migliorare le colture dei paesi poveri. Solo in pochissimi casi la ricerca pubblica è riuscita a portare sul mercato delle varietà GM, ad esempio con la papaya delle Hawaii resistente a un virus, e le quattro varietà di melanzana resistente agli insetti del Bangladesh. Entrambe hanno avuto un grande successo. Per le piccole imprese private le difficoltà sono, se possibile, ancora peggiori: nel 2015 l’approvazione per la coltivazione negli USA di mele GM che non imbruniscono dopo essere state tagliate prodotte da una piccola impresa canadese, ha avuto risalto nei media come il primo successo di un’impresa privata al di fuori delle grandi multinazionali. Questo più di trent’anni dopo la produzione delle prime piante GM.

QUELLO CHE QUESTA STORIA INSEGNA È CHE UNA REGOLAZIONE BASATA SU CONSIDERAZIONI POLITICHE, ANZICHÉ SU BASI SCIENTIFICHE, PUÒ SOFFOCARE UNA NUOVA TECNOLOGIA.
E anziché tutelare la salute dei cittadini o la competitività dei piccoli agricoltori, può provocare danni anche gravi alla competitività di un’intera agricoltura. D’altra parte, accetteremmo mai, in medicina, di non autorizzare cure efficaci e sicure solo per motivi politici?
 
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