Tesi 06 - primaigeni

Vai ai contenuti

Menu principale:

APPROFONDIMENTO TESI 6
CHI HA INVENTATO LA FRAGOLA?
Ovvero: di OGM ne abbiamo sempre mangiati senza danni

Quella che oggi chiamiamo fragola non esisteva fino a due secoli e mezzo fa, quando qualcuno finalmente la “inventa”. Ma come si fa a inventare un frutto?
Nel 1712 Amédée François Frézier, ingegnere e ufficiale francese, matematico, spia ed esploratore, raccoglie in Cile una specie di fragola coltivata dagli indigeni Mapuche: la Fragaria chiloensis, dai frutti insolitamente grandi ma poco saporita. E al suo ritorno ne fa dono a sua maestà Luigi XIV, proprio il Re Sole. Questa curiosa fragola viene piantata e coltivata nei giardini di Versailles per mezzo secolo, fino a quando, nel 1766, il botanico Antoine Nicolas Duchesne si accorge che dall’incrocio di una pianta di Fragaria chiloensis e una di Fragaria virginiana, una specie dai frutti piccoli e gustosi proveniente dalle colonie in Nord America, è nata una pianta con le migliori qualità di entrambi i genitori: frutti di grandi dimensioni dalla prima e sapore eccellente dalla seconda. L'antenata di tutte le fragole di oggi è dunque un ibrido, che al contrario di quasi tutti gli altri ibridi fra specie diverse si rivela fertile.

INSOMMA LA FRAGOLA, UNO DEI FRUTTI PIÙ BUONI E DESIDERATI SULLA TERRA, È DI FATTO UN “OGM” PERCHÉ CONTIENE DNA APPARTENENTE A SPECIE DIVERSE.
Ma la fragola non è stato il primo “mostro genetico” che abbiamo mangiato, né l’ultimo. Sono ad esempio frutto dell’ibridazione di specie diverse avvenuta già in epoca preistorica (e non sapremo mai se per mano della natura o dell’uomo) il grano tenero e il grano duro, ma anche l’arancio, il limone e il pompelmo.
O ancora nuove specie come il triticale, un ibrido fra frumento e segale. Eppure, sono sicuri. Il problema della sicurezza, infatti, non ha niente a che fare con la provenienza del DNA.

In natura, produrre sostanze tossiche è una delle principali strategie di difesa dagli erbivori, e a volte qualcosa resta anche dopo la domesticazione. Le patate ad esempio producono solanina, molti legumi contengono inibitori della digestione, mentre fragole, kiwi e soia sono leggermente allergeniche. Noci e fave sono addirittura pericolose per molte persone, e il frumento lo è per le persone geneticamente predisposte alla celiachia.
Quando non è possibile eliminare completamente il pericolo dalla pianta, abbiamo da sempre escogitato metodi per alleviare il problema: le proteine dei semi di cereali e legumi sono molto difficili da digerire e alcune di esse hanno proprio il compito di inibire gli enzimi digestivi, perché l’ultima cosa che vuole una pianta è che i predatori mangino e digeriscano i suoi semi. Ma da millenni noi cuociamo questi semi, facilitandone la digestione e inattivando gli inibitori della digestione.
Anche se questi metodi purtroppo non risolvono tutti i problemi, quali quelli degli allergeni e della celiachia per le persone predisposte, essi consentono alla grande maggioranza della popolazione di nutrirsi senza pericolo.
In teoria, qualsiasi tipo di modificazione genetica può rendere meno sicura una varietà che non aveva mai dato problemi, perché potrebbe indurre la pianta a produrre una nuova sostanza tossica o allergenica, o a produrne in una quantità pericolosa. Di fatto, però, la creazione di un nuovo pericolo è un evento estremamente raro, come dimostrano migliaia di anni di consumo di decine di specie di piante oggetto di miglioramento genetico.
La probabilità che una nuova varietà sia meno sicura dipende comunque dall’entità e dalla natura della modificazione genetica: più questa è estesa e meno conosciuta, maggiore è la probabilità di un problema.
In un incrocio, si riconbinano in modo casuale i genomi di due varietà diverse della stessa pianta, nella mutagenesi indotta si producono anche molte centinaia di mutazioni casualli e sconosciute, oltre quella desiderata.

IN UN OGM SI INSERISCE INVECE UN SOLO GENE O POCHI GENI SU QUALCHE DECINA DI MIGLIAIA, PIÙ UNA PICCOLA QUANTITÀ DI ALTRO DNA DI ORIGINE BATTERICA NECESSARIO PER LA RICOMBINAZIONE.  IL FATTO CHE IL GENE INSERITO PROVENGA DA UNA SPECIE DIVERSA HA POCA IMPORTANZA: NON ESISTE UNA MISTICA “ESSENZA” DELLA SPECIE DI PROVENIENZA CHE CARATTERIZZI TUTTO IL SUO DNA.
Il DNA è solo DNA, a qualunque specie appartenga, e quello che conta è cosa permette di produrre quello specifico frammento di DNA. Al di là delle grandi differenze nell’aspetto e nelle funzioni fra un organismo e l’altro, la vita sulla Terra è infatti una sola. Oltre il 98% di tutto il nostro DNA è in comune con gli scimpanzé, una metà circa dei nostri geni sono comuni anche alle piante, e qualcosa anche con il lievito o le forme di vita più semplici, come i batteri.
Quello che conta ai fini della sicurezza non è quindi il metodo più o meno “naturale” usato per il miglioramento genetico – e i genetisti non fanno in realtà nulla che non faccia in modo casuale anche la natura – ma la composizione chimica della varietà prodotta. Il controllo, in altre parole, deve essere fatto caso per caso, sul prodotto finale, a prescindere dal metodo usato per la modificazione. E non è difficile identificare in una nuova varietà la presenza di sostanze tossiche o allergeniche.
Nessun alimento è mai stato sottoposto a controlli severi come quelli che sono richiesti per le piante GM, che   pure sono le meno modificate di tutte, e il risultato di trent’anni di studi indipendenti, che hanno prodotto quasi 1800 pubblicazioni peer-reviewed, è chiarissimo: il processo con cui le varietà OGM vengono prodotte, e il fatto che contengono DNA proveniente da un’altra specie, non comportano di per sé problemi speciali né per la salute umana, né per l’ambiente.
Con l’enorme attenzione di cui gli OGM sono stato oggetto da parte di tante organizzazioni e paesi, se ci fosse stato qualche pericolo intrinseco in questa tecnologia l’avremmo sicuramente saputo.

Questo infatti è il chiarissimo consenso scientifico sull’argomento, espresso in Italia da un documento sottoscritto da 17 società scientifiche. A livello continentale, questa è la conclusione anche della Commissione Europea e dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, oltre che dello European Academies Scientific Advisory Council. Nel Regno Unito si sono espressi la Royal Society e la Royal Society of Medicine. Negli Stati Uniti la American Medical Association, la National Academy of Sciences e l’American Association for the Advancement of Science. A livello mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

DI RECENTE, SI È AGGIUNTO ANCHE UN APPELLO IN QUESTO SENSO FIRMATO DA 109 PREMI NOBEL.
Si farebbe insomma fatica a trovare un consenso altrettanto ampio su altri temi di carattere scientifico, a meno di non volersi abbassare al piano di chi nega l’esistenza dei cambiamenti climatici, o la sicurezza dei vaccini.
 
Copyright 2017. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu