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APPROFONDIMENTO TESI 5
A CHI SERVE UN RISO SUBACQUEO?
Ovvero: come si adattano le piante all’ambiente

Venti milioni di ettari di risaie (quasi il 15% del totale mondiale) sono soggetti a inondazioni a causa di piogge, esondazione di fiumi e tifoni, e il fenomeno è in aumento a causa dei cambiamenti climatici. Dopo circa una settimana di sommersione completa, però, la maggior parte delle varietà di riso più coltivate muore. In una rara varietà locale, l’International Rice Research Institute ha però scoperto un gene (SUB 1) che rende la pianta del riso resistente fino a due settimane di sommersione, e con un programma di incroci assistiti da marcatori l’ha trasferito in diverse varietà coltivate. Queste varietà migliorate sono coltivate oggi in India, Bangladesh, Filippine, Indonesia, Myanmar, Laos e Nepal, da oltre cinque milioni di agricoltori.
Ma ci sono anche molti altri modi per adattare le piante all’ambiente, e ce n’è un grande bisogno.

ANCHE SE SIAMO ABITUATI A  CONSIDERARE L’AGRICOLTURA “NATURALE”, SI TRATTA IN REALTÀ DI UN’ATTIVITÀ ESTREMAMENTE ARTIFICIALE CHE HA COMUNQUE UN IMPATTO AMBIENTALE FORTISSIMO, SE NON ALTRO PERCHÉ SOSTITUISCE UN ECOSISTEMA NATURALE RICCO DI BIODIVERSITÀ E ROBUSTO, CON UNO ARTIFICIALE, SEMPLIFICATO E PIÙ FRAGILE.
Produrre cibo per sfamare 7 miliardi e mezzo di persone richiede oggi un miliardo e mezzo di ettari per l’agricoltura e tre miliardi e mezzo di ettari per i pascoli – in tutto, il 38% delle terre emerse – oltre all’8% dell’energia che produciamo e al 70% dell’acqua dolce, e produce il 31% delle emissioni responsabili dei cambiamenti climatici.
Non solo. In molte regioni l’intensificazione dell’agricoltura ha avuto un prezzo pesante in termini di erosione, impoverimento o salinizzazione del suolo, esaurimento delle falde acquifere, inquinamento delle acque.
Al largo delle foci dei fiumi ci sono ormai quasi 500 deserti sottomarini, fondali privi di ossigeno, consumato dalla decomposizione delle alghe proliferate a causa dei residui di fertilizzanti.

Aumentare, e al tempo stesso rendere più sostenibile la produzione di cibo è un problema complesso, e data l’enorme diversità dei sistemi agricoli esistenti nel mondo, non ci sono soluzioni buone per tutti o ricette universali.

NEGLI ULTIMI ANNI C’È STATO PERÒ UN ACCORDO CRESCENTE SULLA NECESSITÀ DI ADOTTARE STRATEGIE DI “INTENSIFICAZIONE SOSTENIBILE”.
Le tecniche della “agricoltura di precisione”,  basate sull’impiego massiccio di sensori, georeferenziazione e analisi dei dati, consentono ad esempio di utilizzare acqua, fertilizzanti ed energia solo dove, quanto e quando servono, variandone le dosi anche metro per metro.
La protezione dei raccolti dai parassiti può usare le tecniche della “lotta integrata”, che prevede la combinazione di mezzi chimici di sintesi, agronomici e biologici per assicurare la massima efficacia con il minimo impatto sull’ambiente e sulla salute degli agricoltori.
Nei paesi ricchi o emergenti si può mangiare meglio e meno, con diete più ricche di vegetali e meno ricche di carne. La parte più grande dell’impatto della produzione di cibo è dovuta alle filiere delle carni, nel quale rientra anche il 30% della superficie agricola mondiale destinato alla produzione di mangimi.
Si può anche sprecare meno cibo, da noi soprattutto nella distribuzione, nelle mense e nelle case, nei paesi poveri soprattutto nei campi, nei magazzini e nei trasporti.

IL RUOLO PIÙ IMPORTANTE NELLA INTENSIFICAZIONE SOSTENIBILE LO PUÒ INVECE AVERE PROPRIO IL MIGLIORAMENTO GENETICO.
Adattare le piante non ha impatti sull’ambiente e può anzi ridurre i consumi di diverse risorse.
È anche l’innovazione più semplice ed economica da applicare, perché è tutta o quasi tutta già nel seme, ed è  quindi la più semplice e adatta anche ai pesi più poveri. Ma soprattutto, è ormai diventata il fattore più importante nell’aumento della produttività, perché non serve più – e comunque non possiamo – dare alle piante ancora più acqua, fertilizzante, pesticidi.
Secondo un recente studio commissionato dalla European Technology Platform “Plants for the Future”, negli ultimi 15 anni il miglioramento genetico ha contribuito in media per il 74% all’aumento della produttività delle principali varietà coltivate, che equivale a un incremento potenziale delle rese dell’1,24% all’anno. Il miglioramento genetico ha quindi fatto risparmiare 19 milioni di ettari di terra, che da qualche parte nel mondo sarebbero stati impiegati per produrre quel cibo in più per noi, e 55 milioni di metri cubi di acqua.

L’AUMENTO DELLA PRODUTTIVITÀ PERMETTE DI DIMINUIRE LO SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE NATURALI DI CUI LA PIÙ PREZIOSA DI TUTTE È LA TERRA STESSA.
Nel 1930, negli Stati Uniti, un ettaro di terra produceva una tonnellata e mezza di mais. Oggi, grazie prima all’introduzione degli ibridi, e poi ad altri miglioramenti che ancora oggi continuano ad aumentarne la produttività dell’1-2% l’anno, ne produce dieci tonnellate. Soprattutto negli ultimi sessant’anni, il miglioramento genetico ha aumentato la produttività di tutte le principali colture, anche se non sempre in una misura così spettacolare.

È stato infatti calcolato che, se nel 2000 le rese medie dei raccolti fossero state ancora quelle del 1961, per sfamare la popolazione mondiale avremmo dovuto mettere a coltura nuove terre per un’area pari all’intero Sudamerica meno il Cile. Oggi le sole attività di coltivazione richiedono un miliardo e mezzo di ettari: l’11,5% delle terre emerse, deserti compresi. Se invece, in tutto il mondo, la produttività agricola fosse pari a quella dell’Europa occidentale o degli Stati Uniti, potremmo restituire alle foreste e agli altri ambienti naturali qualcosa come 600 milioni di ettari: venti volte la superficie totale dell’Italia.
 
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