Tesi 04 - primaigeni

Vai ai contenuti

Menu principale:

APPROFONDIMENTO TESI 4
SE LA VITE NON VIENE MIGLIORATA GENETICAMENTE… CI RESTA SOLO LA CHIMICA
Ovvero: la campagna non può essere un museo

La vite con cui facciamo il vino è venuta dal Caucaso, dove fu domesticata 7000 anni fa, ma i funghi parassiti che oggi la attaccano sono venuti dall’America, insieme a viti selvatiche ornamentali importate in Europa nell’Ottocento. Da allora, quei funghi sono diventati un flagello sempre più grave per i nostri vigneti, al punto che sul 3% della superficie agricola europea che è dedicato alla vite si consuma ormai il 65% di tutti i fungicidi usati in agricoltura. In tutto, sono 68.000 tonnellate l’anno.

PERCHÉ SIAMO ARRIVATI A QUESTO PUNTO? PERCHÉ, IN NOME DELLA“PUREZZA”DELLA TRADIZIONE, I NOSTRI VITIGNI, UNA VOLTA IDENTIFICATI COME TIPICI DI UN TERRITORIO, NON SONO PIÙ STATI MIGLIORATI DAL PUNTO DI VISTA GENETICO, COM’È INVECE AVVENUTO CON LE ALTRE PIANTE.
Il contrario è invece avvenuto con il pomodoro. A partire dagli anni Trenta, il genetista Charles M. Rick, dell’Università della California a Davis, ha fatto incrociare le piante che erano state migliorate in Europa – soprattutto italiane – con i lontani antenati dell’America centrale e meridionale da cui si erano separate sin dal tempo dell’addomesticamento iniziale o ancora prima. Grazie ai geni attinti dai parenti selvatici americani, i nostri pomodori si sono arricchiti di molte resistenze a parassiti e malattie. Se infatti i circa 200 parassiti del pomodoro – tra insetti, acari, nematodi, funghi, batteri e virus – avessero campo libero, oltre tre quarti del raccolto andrebbero perduti.
La stessa cosa, in misura diversa, è stata fatta e si continua a fare un po’ con tutte le colture, perché i parassiti continuano a viaggiare e a evolversi. Una varietà di fragola, ad esempio, può durare dieci o quindici anni, poi soccombe, in genere all’attacco dei funghi. Esistono già varietà che possono fare quasi a meno di difesa chimica, anche se bisogna ancora lavorare sulle proprietà organolettiche, per renderle più buone.

Come dimostra il caso dei vitigni, il problema diventa grave con i prodotti tipici, che sono tali proprio perché possiedono un ben preciso assetto genetico e non possono essere migliorati con le tecniche tradizionali dell’incrocio e della mutagenesi. Entrambe le tecniche, infatti, e in particolare la prima, introducono nel genoma della pianta molte modifiche, oltre a quella desiderata. E la varietà migliorata cambia le sue caratteristiche e non può conservare lo stesso nome, oppure la sua certificazione DOP o IGP. Così, per l’attacco di un virus, è praticamente scomparso il pomodoro San Marzano, che era stato selezionato all’inizio del Novecento.
Sono invece in forte affanno i grandi risi da risotto, perché il “brusone”, un fungo importato dall’Asia alla fine dell’Ottocento, ne sta vincendo la resistenza. E così molte altre varietà tipiche.

MOLTISSIMO DA QUESTO PUNTO DI VISTA RESTA ANCORA DA FARE NELLE AGRICOLTURE PIÙ ARRETRATE, DOVE IL PREZZO PAGATO A MALATTIE E PARASSITI È ANCORA ALTISSIMO, E DOVE UN TERZO CIRCA DEL RACCOLTO VIENE PERDUTO PRIMA CHE ARRIVI SULLE TAVOLE.
Oltre all’evoluzione dei parassiti, a rendere necessario un continuo miglioramento genetico contribuiscono anche altri fattori. I gusti dei consumatori ad esempio cambiano, e hanno portato fra l’altro allo sviluppo dell’uva e di altri frutti senza semi, oppure dei pomodorini di Pachino IGP. I primi Pachino risalgono solo al 1989, quando una società israeliana, incrociando antiche varietà di pomodoro italiane, ha creato la prima varietà (la “Noemi”) che cresce così bene sulle terre povere, assolate e un po’ salmastre della Sicilia sudorientale.

Col tempo cambiano anche i mercati. Nelle fragole, l’aumento del costo della manodopera (un ettaro a fragole richiede quasi 4000 ore di lavoro l’anno) ha portato ad esempio alla creazione di varietà dai frutti più grandi, in modo da aumentare la quantità e quindi il valore del prodotto raccolto. Qualcosa di simile è stato fatto con una nuova  varietà di ciliegie in cui il frutto si stacca facilmente lasciando il peduncolo sull’albero, così la raccolta si può fare semplicemente scuotendo l’albero o i rami.
Oppure ci sono nuove opportunità da sfruttare. Sempre nella fragola, in alcune varietà è stato trasferito un gene proveniente da una specie selvatica americana in cui la fioritura non dipende dal numero di ore di luce della giornata. Il risultato è che le nuove varietà fruttificano tutto l’anno, e l’agricoltore può spuntare un prezzo un po’ più alto vendendo fuori della stagione “classica”.

Le industrie di trasformazione hanno bisogno di materia prima più adatta.
È il caso ad esempio del grano duro italiano, che spesso non è di qualità sufficiente per la produzione di pasta, tanto che quasi metà della pasta nazionale è fatta oggi con grano importato dall’estero. La varietà Aureo, sviluppata recentemente da una ditta sementiera italiana in collaborazione con una grande impresa italiana della pasta, ha combinato le caratteristiche positive dei grani italiani e di quelli americani e consente oggi un maggiore ricorso alla produzione italiana, che non ha più molto da invidiare a quella estera anche in termini di elevato contenuto di proteine, che è fondamentale per la qualità della pasta.

ANCHE I CAMBIAMENTI CLIMATICI RICHIEDERANNO PIANTE ADATTATE AD ALTRE TEMPERATURE, O CAPACI DI RESISTERE AGLI STRESS IDRICI SENZA PERDERE IN   PRODUTTIVITÀ.
Last but not least, non bisogna dimenticare che la popolazione mondiale sta continuando a crescere, e lo farà  fino al 2050, e che solo l’aumento anno dopo anno della produttività dei grandi cereali, essenzialmente dovuta al miglioramento genetico, impedisce il ritorno alla fame di vaste regioni del mondo.
Come ogni altro ambiente naturale, la campagna non è mai stata un museo, né mai lo potrà essere.
 
Copyright 2017. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu