Tesi 03 - primaigeni

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APPROFONDIMENTO TESI 3
LE TRE VITE DEL POMODORO
Ovvero: come si diventa “italiani”

Il pomodoro selvatico è una piccola bacca verde, più piccola di un acino d’uva. Il merito di averne intuito le potenzialità, circa 5000 anni fa, va ai primi agricoltori del Messico, che selezionando le piante con frutti decisamente più grandi, forma diversa e talvolta anche colori diversi, riescono a trasformarlo nel tomatl.

È BASTATO CAMBIARNE POCHI GENI, MA LORO QUESTO NON POSSONO SAPERLO.
In Europa, però, quelle piante dalle bacche gialle sono considerate più che altro ornamentali, perché considerate pericolose come altre piante della famiglia delle solanacee. Solo alla fine del Settecento degli anonimi contadini italiani, spinti dalla fame, trasformano i “pomi d’oro” in frutti grandi, rossi e saporiti, e li adattano ai più diversi ambienti del nostro paese. Il miglioramento scientifico avviene però ancora più tardi, negli anni Cinquanta, negli Stati Uniti, quando i pomodori diventano più resistenti a parassiti e malattie. Ma non solo i pomodori hanno avuto una lunga storia di miglioramenti genetici.

Per la vite da vino, la storia è lunghissima. La maggioranza dei vitigni coltivati in Italia e nell’Europa occidentale discende in maniera più o meno diretta da una varietà creata alla fine del III secolo dopo Cristo nella Pannonia, la regione compresa fra le attuali Stiria, Slovenia, Croazia e Ungheria. Nel Medioevo, una parte consistente di tutto il vino europeo è ancora prodotta con lo stesso vitigno: l’”Heunish”, in italiano Unno. Non è di grande qualità, ma in compenso è molto produttivo. Saranno poi i viticoltori europei, nei secoli successivi, a incrociarlo con varietà locali, spesso ottenute con il contributo anche di viti selvatiche o semiselvatiche, e a creare i vitigni che oggi conosciamo e che sono poi stati portati negli altri continenti: oltre 10.000, una ricchezza genetica mai vista in alcun’altra pianta coltivata.
Molto più recente è invece l’origine delle nostre uve da tavola. Poche varietà, come la Baresana e la Pizzutello, sono fra quelle giunte in Italia dal Vicino Oriente all’epoca delle Crociate. Le altre sono quasi tutte scomparse. La maggior parte di quelle attuali nasce all’inizio del Novecento, quando da raffinata rarità riservata per lo più alle tavole agiate, l’uva da tavola diventa un frutto popolare. Le nuove varietà, dalla buccia spessa e croccante, vengono create apposta per resistere al viaggio in treno dalle località di produzione più vocate alle grandi città di mezza Europa. La capostipite di molte di loro è l’uva “Italia”, ottenuta nel 1911 dal genetista Alberto Pirovano incrociando Bicane e Moscato D’Amburgo.

LA BASE GENETICA DELLA MAGGIOR PARTE DEI FRUMENTI COLTIVATE NEL MONDO È ITALIANA, E RISALE ALL’OPERA DEL GENETISTA NAZARENO STRAMPELLI NEI PRIMI DECENNI DEL NOVECENTO.
La base principale delle varietà di grano tenero è la “Mentana”, che come le altre decine di varietà da lui ottenuta per incrocio (“Ardito”, “Damiano”, “Villa Glori”, “Edda”, “Fanfulla”, “San Pastore”, “Irnerio”) riduceva l’allettamento e resisteva alla ruggine del grano.
I grani di Strampelli sono anche alla base di quelli di Norman Borlaug e della Rivoluzione Verde. Anche il grano duro deve tutto a Strampelli, e in particolare all’ottima varietà “Cappelli”, ottenuto per selezione da una varietà di origine nordafricana, oggi spesso spacciata per un grano antico e autoctono anziché uno fra i primi grani moderni. Negli anni Settanta, grazie a un programma di incroci e mutagenesi, dalla Cappelli nasce “Creso”, il primo grano duro coltivabile anche nel Nord Italia. Oggi si usano nuove varietà dalla qualità migliore, come la “Svevo”, la “Duilio” o la “Normanno”, ma sempre figlie di “Creso”.

A noi italiani piace mangiare riso soprattutto sotto forma di risotto, che non deve diventare appiccicoso, cosa possibile se l’amido del chicco contiene più amilosio che amilopectina. Questa infatti è la caratteristica dei nostri grandi risi da risotto, che è stata ottenuta solo di recente. Il re dei risi, il Carnaroli, nasce nel 1945 dall’incrocio tra il Vialone e il Lencino. L’Arborio nasce nel 1946, anch’esso per derivazione dal Vialone. Il Vialone nano nasce nel 1937 dall’incrocio tra il Vialone e il Nano.

Le varietà di patate adatte per i diversi tipi di cottura vengono invece create a partire dagli anni Cinquanta da genetisti tedeschi e olandesi, a partire da varietà migliorate in Francia, Germania e Gran Bretagna nella seconda metà dell’Ottocento.

Gli agrumi sono stati migliorati per selezione di mutazioni spontanee e sono praticamente tutti di origine recente. Le arance bionde di oggi sono quasi tutte varietà Navel nate nel secondo dopoguerra, figlie di una mutazione capostipite scoperta in Brasile 150 anni fa.
Il tarocco, la più importante fra le varietà di arance rosse, deriva da una modificazione genetica spontanea notata alla fine dell’Ottocento da un agricoltore di Francofonte che si chiamava Gesualdo di Naro, e poi migliorata sempre grazie a mutazioni spontanee.
Le clementine sono figlie di un’ibridazione di arancio dolce e mandarino ottenuta in Algeria intorno al 1940.

TUTTA LA PRODUZIONE DI FRUTTA ITALIANA VIENE CONTINUAMENTE RINNOVATA GENETICAMENTE.
Solo dal 2000 sono state introdotte oltre 300 varietà di kiwi, albicocco, ciliegio, melo, pero, pesco e nettarine, susino, e l’Italia è il quarto paese al mondo che ha più contribuito all’innovazione varietale negli alberi da frutto dopo Stati Uniti, Cina e Francia. Per molte specie, soprattutto orticole, l’avvicendamento delle varietà è continuo: nel Catalogo comune dell’Unione Europea, nel quale sono iscritte oltre 40.000 varietà, vengono iscritte ogni anno 3.500 nuove varietà.
 
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