Tesi 01 - primaigeni

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APPROFONDIMENTO TESI 1
PERCHÉ È COMINCIATO TUTTO CON IL POPCORN?
Ovvero: perché il miglioramento genetico è l’agricoltura?

Il mais è una pianta straordinaria. Produttiva, adattabile, dai semi che si conservano benissimo, partendo dal Messico ha conquistato tutti i continenti. In Italia, è la materia prima per fare formaggi e prosciutti, vale a dire il grosso del Made in Italy agroalimentare.

MA COME FECERO QUEGLI ANTICHI MESOAMERICANI A SCOPRIRLO, CIRCA 9000 ANNI FA?
Questo si domandò il giovane genetista George Beadle, scoprendo in un’erba infestante del Messico sudoccidentale, il teosinte, completamente diverso nell’aspetto e dalle spighe piccolissime, l’antenato selvatico del mais. Molti anni più tardi, dopo aver vinto un premio Nobel, Beadle dimostrò che è bastato cambiare 4-5 geni del teosinte, per trasformarlo nel mais che conosciamo.

Ma perché quegli antichi agricoltori si presero la briga di coltivare una pianta che produceva solo pochi chicchi,piccoli, e soprattutto durissimi? Perché, al calore del fuoco, il loro duro involucro si rompe e quei chicchi “scoppiano”, trasformandosi in pop corn, dallo stesso sapore di quello che facciamo oggi col mais!
Ma molto diversi da quelli che conosciamo sono anche gli antenati selvatici di tante altre piante che mangiamo.

L’agricoltura, infatti, consiste prima di tutto nel miglioramento genetico di alcune piante perché producano più cibo, o cibo migliore, o cibo più facile da raccogliere.
La prima forma di miglioramento genetico, praticamente l’unica fino ai primi anni del Novecento, consisteva nel selezionare fra i casuali “pasticci” genetici che avvengono continuamente in natura – soprattutto mutazioni, ma anche incroci, scambi o addirittura ibridazioni fra specie diverse – le piante che avevano caratteristiche migliori.
Ripetuta per millenni, questa selezione ha cambiato anche profondamente l’aspetto e la biologia stessa di queste piante.

Alcuni frutti, ad esempio, sono diventati semplicemente più grandi e più buoni.
Melanzane, pesche e pomodori selvatici erano molto più piccoli, come lo erano gli acini e i grappoli della vite selvatica. La banana selvatica è non solo più piccola, ma dura, piena di semi e con poca polpa. L’avocado selvatico è più piccolo, ha la scorza dura, e la piccola parte edibile è granulosa anziché cremosa, e dall’odore spiacevole. Le angurie selvatiche pesano solo un’ottantina di grammi e sono piene quasi solo di semi. Broccoli, cavolfiori, cavoli e cavolini di Bruxelles sono in realtà varianti genetiche di un’unica specie, Brassica oleracea, che differiscono soprattutto nei geni che controllano lo sviluppo dell’infiorescenza. Le carote, da bianche, gialle o viola che erano quando furono domesticate in Persia e Afghanistan, sono diventate arancioni nell’Olanda del Seicento, forse in omaggio a Guglielmo d’Orange, che guidò il Paese all’indipendenza dalla Spagna.

SPESSO LA MODIFICAZIONE GENETICA CHE HA TRASFORMATO IL PROGENITORE SELVATICO NELLA PIANTA CHE CONOSCIAMO OGGI HA COINVOLTO IN REALTÀ POCHI GENI, MA IN ALTRI CASI È STATA PROFONDA, E HA CREATO PIANTE CHE, SE NASCESSERO OGGI NEI LABORATORI DEI GENETISTI, VERREBBERO SICURAMENTE CONSIDERATE DEI “MOSTRI”.
La specie con la quale forse l’agricoltura è cominciata, il grano, ha una storia genetica complicata. Dall’ibridazione di un frumento selvatico (Triticum urartu) e un’erba delle capre (Aegilops speltoides) ha avuto origine il farro ancestrale (Triticum dicoccoides), un ibrido tetraploide, vale a dire con quattro copie di ogni cromosoma. Da questo farro è poi derivato per selezione il grano duro (Triticum durum), e per ulteriore ibridazione con un’erba infestante (Aegylops tauschii) il grano tenero (Triticum aestivum) che di ogni cromosoma ha ben sei copie.

Al contrario dei loro progenitori selvatici, i frumenti non disperdono più i semi, perché trattenerli sulla pianta facilita moltissimo la raccolta. E quei semi, una volta nella terra, cominciano subito a germinare, senza attendere il passaggio della cattiva stagione, come avviene invece nelle varietà selvatiche.

IL MIGLIORAMENTO, AVVENUTO GIÀ IN EPOCA PREISTORICA, HA INSOMMA TRASFORMATO IL PATRIMONIO GENETICO DEI DUE FRUMENTI FINO AL PUNTO DI RENDERLI INCAPACI DI RIPRODURSI DA SOLI.
Lo stesso è avvenuto anche a fagioli e piselli, i cui semi restano nel baccello, al contrario di quanto avviene nelle leguminose selvatiche. Quello che è un vantaggio per le piante selvatiche è insomma uno svantaggio per chi le vuole coltivare, e questa è una regola generale.

L’ibridazione però non è un evento raro fra le piante che coltiviamo. L’esempio più clamoroso è forse rappresentato dagli agrumi.
In natura l’arancio non esiste, come non esiste il limone, e neppure il pompelmo. Sono stati creati millenni o secoli fa, dall’incrocio (non sapremo mai se intenzionale o casuale) di tre agrumi: il mandarino, il cedro, e il pummelo.
L’arancio dolce e l’arancio amaro derivano da incroci diversi tra il pummelo e il mandarino. Il limone dal cedro e dall’arancio amaro. Il pompelmo deriva invece dal pummelo e dall’arancio dolce.
Anche le mele che mangiamo oggi derivano da un antenato che vive ancora in Asia centrale, Malus sieversii, e nel loro lento spostamento verso il Mediterraneo si sono più volte ibridate con altre specie di melo selvatiche. Lo stesso hanno fatto la canna da zucchero quando si è spostata dalla Nuova Guinea all’India, e la vite quando si è diffusa nell’Europa centrale e occidentale.

I GENOMI VEGETALI SONO INSOMMA MOLTO PIÙ PLASTICI, DINAMICI E ROBUSTI DI QUELLI ANIMALI, E HANNO CONSENTITO E ANCORA CONSENTONO PROFONDE MODIFICAZIONI GENETICHE.
Così dunque è nato più o meno tutto quello che a distanza di tanto tempo ancora si mangia ancora oggi sulle nostre tavole. Migliaia di anni fa, quei primi agricoltori avevano già scoperto e cominciato a migliorare quasi tutte le piante che forse valeva la pena di addomesticare.

 
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