Punto 07 - primaigeni

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UNA REGOLAZIONE SBAGLIATA PUÒ
SOFFOCARE L’INNOVAZIONE. MA FAVORIRE
LE AZIENDE SEMENTIERE PIÙ GRANDI
È giusto che i prodotti che mangiamo siano obbligatoriamente
controllati per accertarsi che non ci facciano male, qualsiasi sia stato
il metodo usato per produrli. E fin dalla materia prima agricola.

Ma nel caso degli OGM il livello dei controlli è basato sulla tecnologia
usata per ottenere queste varietà, quindi sul processo, anziché
sul prodotto stesso. E la definizione legale di “geneticamente
modificato” esclude tutti gli altri metodi per fare la stessa cosa, come
la selezione, l’incrocio, l’ibridazione, l’induzione della poliploidia, e
persino la mutagenesi, che in realtà introducono nel DNA della pianta
cambiamenti ben più estesi e spesso non controllabili.

Mentre produrre una pianta GM è alla portata di qualsiasi laboratorio
di ricerca o piccola azienda, così come lo è il controllo del profilo
nutrizionale o quello del livello di tossine e allergeni naturali
eventualmente presenti, ottenere l’autorizzazione per la coltivazione
in campo comporta prove sperimentali e un iter burocratico tali da
richiedere molti anni e un costo di decine di milioni di euro. Il risultato
è che quasi solo grandi aziende internazionali sono in grado di sostenere
questi costi, ripagabili solo per poche grandi colture globalizzate come
mais e soia. E restano di fatto escluse dall’innovazione le piccole imprese
e la ricerca pubblica, così come le colture più piccole o con produzioni di
qualità, come molte di quelle italiane, e le agricolture dei paesi poveri.
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Quindi l’attuale dominio sugli OGM da parte
di poche grandi aziende internazionali è
fondamentalmente il prodotto di una
regolamentazione sbagliata.
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E un monito a non ripetere lo stesso errore con altre tecnologie.
ESTIRPATE QUEGLI ALBERI
Ovvero, come la regolazione ha ucciso le startup europee
e americane, e sconfitto la ricerca pubblica nazionale

 
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