L'APPELLO - primaigeni

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IL GENOME EDITING È DI TUTTI.
E  LA SUA REGOLAZIONE DEVE
MANTENERLO TALE.

Il miglioramento genetico delle piante è una delle
tecnologie più antiche e sperimentate.
Quella con cui l’agricoltura stessa è cominciata, e quindi forse quella,
dopo il fuoco, cui dobbiamo di più. In diecimila anni, non ha prodotto
effetti indesiderati come le altre tecnologie agrarie: l’aratro, l’irrigazione,
i fertilizzanti, i pesticidi.
Per quasi tutta la sua storia, però, il miglioramento genetico ha dovuto
aspettare il caso. O se vogliamo, la fortuna. Solo quando la natura
spontaneamente e casualmente produceva una variazione favorevole,
l’agricoltore poteva cogliere l’opportunità e far riprodurre quella pianta
nel suo campo.

Nell’ultimo secolo, per non dover dipendere più dal caso, o attendere
troppo a lungo, abbiamo in qualche modo “forzato” le piante facendo
incrociare varietà lontane o accelerando le mutazioni con l’aiuto di
agenti fisici o chimici, tecniche che insieme alla modifi cazione genetica
desiderata ne producono inevitabilmente anche delle altre, per lo più
sconosciute. Questo non avviene con l’ingegneria genetica, che è più
precisa ma può introdurre del DNA proveniente da un’altra specie.
In realtà, tutte queste modifi cazioni genetiche, compreso il
trasferimento di geni da una specie a un’altra, avvengono anche in
natura e sono state sfruttate dagli agricoltori fi n dalla preistoria. Sono
solo molto rare.
Per fortuna, i rischi per la salute che si possono correre con qualsiasi
tipo di miglioramento genetico – antico o moderno, offerto dalla natura
o accelerato dall’uomo – si sono però rivelati estremamente rari, e li
possiamo comunque identificare ed evitare con facilità. La sicurezza
del miglioramento genetico si è dunque dimostrata abbastanza robusta
da sopportare molto bene anche le nostre “forzature”.

Oggi però disponiamo di una nuova tecnologia,
il genome editing, che ci permette di non dover più
“forzare” le piante.
Quel carattere favorevole che attendevamo, e solo quello, possiamo
farlo produrre noi dalla pianta stessa. Il risultato è identico a quello che
avrebbe prodotto la natura, se fossimo stati solo molto fortunati.
Il caso – o la fortuna – li possiamo sostituire con la nostra conoscenza
della biologia della pianta. Per il miglioramento genetico, è un passo
avanti straordinario.

A che cosa ci può servire questa nuova tecnologia?
Insieme a quelle che abbiamo sviluppato in passato, ci può servire
a mangiare tutti e a mangiare meglio, ma soprattutto a rendere più
sostenibile la produzione di cibo, che è oggi – anche se lo ricordiamo
troppo raramente – la singola attività umana con il maggiore impatto
sugli ambienti naturali e sul clima.
Perché è meglio adattare la pianta all’ambiente, che l’ambiente alla
pianta. Proprio perché permette di cambiare anche un solo carattere,
magari quello che può rendere la pianta resistente a un parassita
o al cambiamento climatico, o più nutriente, il genome editing ci può
aiutare a conservare una varietà tipica com’è e come ci piace oggi. E in
più è una tecnologia semplice, economica, accessibile a tutti. Per questo
sembra fatta su misura per la nostra agricoltura, che è ricca di varietà
tipiche, colture di nicchia e piccole imprese.

Abbiamo davanti un’opportunità straordinaria per
l’ambiente e per l’agricoltura italiana. Che possiamo
cogliere, se sapremo fare le scelte giuste.
 
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